Qualcosa di buono

Non è che non ho niente da dire.

E’ che sono in un periodo strano.

Un po’ sono inquieta. Quel sentimento che non so descrivere se non, forse, per esclusione: non è nervosismo, non è irritabilità, non è malessere.

E’ qualcosa che mi nasce da dentro, qualcosa che tira come una corda piantata dentro di me, esattamente in mezzo.

E’ un essere perennemente all’erta per qualcosa che, forse, sta succedendo. O che forse sono io che dovrei farlo succedere e non ho ancora i mezzi/il coraggio/l’occasione.

Non lo so, non l’ho ancora capito. Forse darmi tempo mi aiuterà a schiarire le idee.

Un po’ invece sono contenta. Tante cose stanno andando bene, ed è così rilassante concentrarsi sul quelle, assaporarle, viverle fino in fondo.

Vivere fino in fondo la pienezza di un sentimento buono, che sia passare una domenica coi bimbi e la sera vederli contenti, che sia far pace con qualcuno, ritrovare un vecchio amico, leggere una bella storia.

E’ vero anche che forse sto imparando. Ci sono tante cose nella mia vita e nella mia routine quotidiana che non vanno. Parlo di intoppi, di meccanismi che si inceppano, di piccole e grandi frustrazioni di non arrivare a fare certe cose o a prendere certe decisioni.

Ma è estremamente tonificante e rinvigorente scoprire che tutto questo non è che non sia importante, non è che passi in secondo piano, però non mi toglie il sorriso. La notte dormo lo stesso. Sono serena. Poi certo son cose che devo affrontare e so bene che non sono accessorie.

Però, davvero, forse….qualcosa di buono dalla malattia e da tutto quel che comporta sta accadendo dentro e fuori di me.

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Ancora qui

Ma ti ricordi quando, di mattina prestissimo, andavamo in spiaggia a fare colazione da Lorenzo?
Quell’aria sottile, quella luce incredibile, e noi seduti a quel tavolino minuscolo col nostro primo caffè della giornata. Lo sguardo rivolto verso il mare.

La spiaggia vuota, e noi a goderci in silenzio, pieni di emozione, quelle preziosissime ore prima della folla in riva al mare.

E ti ricordi quelle sere in bici in riva al lago?
Ad attraversare il parco sul lungo lago ormai deserto, dopo che tutti i turisti della domenica se ne erano andati, tornati al caldo della città.

A fermarci lì sulla ciclabile, nell’ora in cui quell’azzurro così azzurro diventava piano piano blu, sempre più scuro.

A vedere le luci sull’altra sponda accendersi una per una, come piccole stelle sulle montagne.

E noi, per goderci ancora qualche ora di fresco, a tornare alla nostra casetta al lago, dormire abbracciati appena qualche ora, e ripartire per la città la mattina dopo molto prima dell’alba.

A cominciare la settimana arrivando in ufficio il lunedì alle sette e mezza. Ma tanto riposati.

E ti ricordi gli incredibili spazi africani? Le impressionanti maree di fine settembre?

Ti ricordi com’eravamo?
Qualche mese fa mi hai detto “Guarda, guarda come ci siamo ridotti. Così giovani e così provati, così stanchi. Così…”

Già, così tante ma tante cose passate insieme. Così tante prove.

Eri in uno dei tuoi rari momenti di sconforto, le notizie non erano state buone per te in quei giorni, e a fianco avevi pur sempre una giovane moglie malata di cancro.

Perché tante cose tutte insieme? Ce lo siamo chiesti ben poche volte. Uno spreco di energie nelle nostre giornate già tanto faticose.

Negli ultimi tempi – ma non te l’ho mai detto…. – ho spesso pensato che se il nostro sentimento non fosse stato così forte, ci saremmo persi tanto, tantissimo tempo fa.

Alle prime avvisaglie di tempesta. Alle primo grosse gocce di temporale.

Invece no.

Ammaccati, provati, stanchi. Ma siamo ancora qui.

Ancora sorridenti, ancora pieni d’affetto, ancora estasiati davanti ai nostri figli, a chiederci stupiti come abbiamo fatto a creare due miracoli simili.

A sentirci ancora le persone più fortunate del mondo.

Ancora mano nella mano nel sentiero che porta su fino al parco giochi.

Ancora pieni di progetti e di entusiasmo.

Tutti diversi, ma siamo qui.

L’aiuto

Bellissimo, emozionante, tremendo eppure leggero, frizzante.

Sono le primissime parole che mi vengono in mente dopo aver letto questo libro, opera prima di una scrittrice del Mississippi.

Anni ’60, storia ambientata in una cittadina qualunque di questo afoso stato del Sud. Anni ’60 che dovrebbero essere ieri e invece sono in un’epoca preistorica, per com’era la mentalità in tema di integrazione razziale e di diritti civili.

Una donna bianca e due domestiche di colore lavorano insieme ad un progetto al tempo stesso pericoloso e coraggioso.

Storie costruite benissimo, personaggi tratteggiati in modo profondo che ti sembra di averli lì davanti a te, stile fluido e scorrevole.

Vivrete con le protagoniste. Soffrirete con loro. Per loro. Palpiterete di paura e starete col fiato sospeso insieme a loro. Subirete le stesse ingiustizie e gli stessi pregiudizi.

Io l’ho divorato, e ne sono sicura: piacerà a tutti.

Momenti di rottura

La vita è fatta di momenti di rottura“. Ieri mi sono imbattuta in questa frase mentre leggevo uno dei miei autori preferiti (H. Mankell, L’uomo che sorrideva).

Ed è partita la riflessione.

Perché in effetti il cancro, così come qualunque altra malattia, rappresenta un momento di rottura. Da qualunque parta la si guardi, è un’esperienza che fa cambiare. Fa cambiare noi e le persone che davvero ci  vogliono bene. Ci fa cambiare da dentro, prima che da fuori.

Quelli fortunati sfrutteranno l’occasione per crescere, per aprirsi al mondo, per evolversi e arrivare ad avere una concezione diversa di se stessi, degli altri e della vita in generale, una concezione più ricca, più piena, dove ogni sfumatura avrà un proprio valore e una propria dignità e sarà in grado di essere apprezzata.

Per altri, invece, purtroppo l’esperienza della malattia segnerà un punto di non ritorno, ma adesso noi non ci vogliamo pensare, perché vogliamo credere che tutto quello che stiamo passando serve – in primo luogo a noi – a diventare migliori.

Il portale di Oltreilcanro, ne sono convinta, è una delle prove più concrete di quello che sto cercando di dire: provare, raccontando le nostre esperienze, a spiegare cosa può succedere, raccogliere sensazioni, immagini, esperienze che la maggior parte di noi, pur nella unicità e peculiarità della propria malattia, è molto probabile che incontri nel suo cammino. E ci sentiamo subito meglio. Ci sentiamo a casa. Ci sentiamo compresi nel profondo. Ci si riconosce.

Che poi, chiaramente, non è solo la malattia a rappresentare un momento di rottura nella nostra vita: io stessa, prima del cancro, ho vissuto un importantissimo momento di rottura che segnerà la mia vita per sempre, che la condizionerà in modo pesante, e che in un certo modo è (stato) molto più difficile da gestire, e del quale non sono pronta a parlare. Un’esperienza che con uno sforzo enorme – ma cercando di essere coerente col mio spirito e con la mia visione delle cose – sto cercando quotidianamente di volgere a mio favore, di fare in modo che anche questa cosa che mi è successa mi aiuti ad essere una persona migliore: una lotta a volte impari, a volte invece mi sento meglio…

E così, anche in questi giorni per me un po’ tristi (vicende familiari non molto allegre….), voglio sforzarmi e continuare a pensare in positivo: voglio credere che questi momenti di rottura siano il motore di qualcosa di nuovo che ci porterà al di là delle difficoltà di ogni giorno, al di là della forma, al di là del muro tante volte così alto rappresentato dalle mille difficoltà quotidiane che tutti noi dobbiamo gestire.

Vorrei che i momenti di rottura, a volte così dolorosi, rappresentassero uno spunto per vivere meglio.

Giallo e blu

Ho  appena finito di leggere un libro che mi è piaciuto moltissimo.
Ok, queste parole suonano alquanto banali, però non saprei come altro descriverlo.
Ci provo: un libro ben scritto, scorrevole, emozionante, con una trama che si svolge su due piani paralleli: vicende dei giorni nostri e la storia di una storia ai tempi della seconda guerra mondiale, storie che alla fine convergono in un modo drammatico, terribile e non affatto scontato.
Un aspetto particolare di questo romanzo, per me, è stata la scoperta di un nuovo autore, un po’ particolare non fosse altro per il fatto che si tratta di un islandese. Io, che pure sono parecchio curiosa e che sulla mia libreria trovano posto autori davvero da ogni parte del mondo, avevo questa enorme lacuna.
Sì, lacuna, perchè il libro mi è piaciuto talmente tanto che ora corro a comprarmi tutti gli altri dello stesso autore, ho visto in rete che ce ne sono altri sei. Sì, perchè ogni volta che scopro un autore che mi appassiona, il mio primo pensiero è scoprire se per caso ha scritto altro, o se addirittura il libro che ho appena letto fa parte di una serie; allora tutta contenta faccio spazio nella libreria.
Così è accaduto, recentemente, a molti autori del nord Europa, tra i quali gli svedesi Asa Larsson e Henning Mankell (attualmente nella mia borsa il quarto della serie), Anne Holt (Norvegia), e anche al divertentissimo autore italiano Marco Malvaldi, di cui presto vi recensirò il terzo della incredibile sagra dei vecchietti. E a un inglese, che ha scritto una decina di romanzi dedicati all’enigmatico e strampalato commissario Morse, li ha scritti negli anni 70 ma solo adesso la casa editrice Sellerio, una delle mie preferite, ha deciso di pubblicare.
Caso strano, tutti questi libri hanno la copertina blu. Ma indovinate chi spicca, in splendidissimo giallo, tra tutti questi dorsi blu? Lei, la Vivissima (come l’ha definita Wide), la nostra compagna, il nostro faro. Annastaccatolisa.

Keep calm and carry on

E’ tanto tempo che non scrivo. I pensieri non mancano, le emozioni nuove sono a decine ogni giorno. Eppure è un periodo faticoso, e forse è proprio per questo che non riesco a trovare un momento di calma per esternare quel che ho nella testolina. Periodo faticoso, fatto di dolori fisici (eh già, non sono ancora finiti, anche se mi sento di dire che ho superato alla grande la prova del piano inclinato…superata almeno per questo giro, al prossimo vedremo), fatto di una serie interminabile di incombenze da sbrigare, fatto di lavoro che aumenta (e questo è un bene), e fatto anche di una sana dose di giusta ansia per i controlli fatidici che occhieggiano sempre più vicini. Esatto, quei controlli che son qui dietro l’angolo e anche se persino la mia oncologa mi ha detto di non aspettarsi niente di brutto, insomma sono qui ad aspettarmi e io non riesco a far finta di niente. Quindi oggi ho trovato in rete questa simpatica stampa e forse è il caso che me la compri, subito, e la appenda da qualche parte. Ben visibile.

La dolcezza del piano inclinato

Qualche mese fa mi era sembrato di aver raggiunto un momento in cui mi sentivo di nuovo bene. Bene fisicamente.
Ero piena di energia, e mi godevo questa fase pensando che finalmente la nebbia si era diradata.
Ora invece sono di nuovo in un momento difficile. Forse a causa di un problema che, seppur non particolarmente grave, è comunque molto ma molto doloroso (e non si sa, ma forse è legato in qualche modo alla chemioterapia), sono ripiombata di colpo in uno stato che se non si può chiamare depressione, in qualche modo si colloca vicino. Sconforto. Stanchezza. Cose così.
Mi sento pesante, gonfia, goffa. Mi riesce difficile fare tutto, sono nervosa, irritabile, facile alle lacrime e sconsolata.
Poi – certo – mi faccio forza. Le persone intorno a me stanno già soffrendo troppo per tutta questa situazione e per una serie di altre evenienze che d’accordo fanno parte della vita, ma che sono così difficili da gestire e che contribuiscono in modo non indifferente a colmare la misura.
Io stessa continuo a soffrire vedendo che gli altri intorno a me – i miei cari – non stanno bene. E come mi ha detto qualche tempo fa un’amica, è probabile che affronterei tutto un po’ più serenamente se sapessi che i miei cari stanno bene. E invece, quando si preoccupano per me, quando si trascurano, quando impotenti assistono ai miei scatti d’ira o al contrario ai miei sfoghi lacrimosi….io sto peggio. E questo circolo è pericolosissimo e se portato avanti in questa direzione rischia persino di diventare infinito. Troppo aggrovigliato per ritrovarne il capo.
E allora io da una parte cerco di farmi forza, di continuare a essere positiva, di andare a prendere i bambini e giocare con loro come se niente fosse (che poi, queste “attività” sono come un balsamo), di andare in ufficio e prendere un caffè coi colleghi e a pranzo parlare di vestiti e vacanze. Anche perchè so che queste sono tutte cose che mi fanno bene. Non solo una cancer-centrica, non voglio che con me si parli solo di cancro, di malattia, di cure: voglio che le mie amiche mi confidino i loro problemi, voglio che i miei colleghi mi parlino dei pettegolezzi di quelli del piano di sopra. Voglio la normalità anche se ormai tutto ha un altro significato e un’altra cornice.
Però dall’altra parte i momenti cupi ci sono, quelli in cui non voglio vedere nessuno, quelli in cui darei qualunque cosa per non dover fare più una flebo, un esame del sangue, una visita. Quelli in cui, sic et simpliciter, sono stanca di soffrire fisicamente, di prendere antibiotici e antidolorifici.
Ed è in questi momenti che percepisco, proprio vicino a me, per esempio adesso qui di fianco al computer, un piano inclinato. Con una base sotto, esattamente in mezzo. Io sono sopra e mi sento come una pallina argentata, dura e lucida, liscia e splendente, che pericolosamente tende ad andare giù, perchè questa pallina è pesante.
Il piano inclinato è qui sotto di me, e lasciarsi andare – lo sento – sarebbe dolcissimo, la discesa sarebbe liberatoria e almeno per il tempo di arrivare giù mi sarebbe di aiuto e servirebbe a lenire i miei dolori e il mio stato d’animo.
La discesa sarebbe dolcissima.
Ma io sono forte. La malattia mi ha reso lucida, consapevole e determinata. So che devo resistere, non permettere alla pallina di scendere, che altrimenti ho paura che la risalita poi sia troppo difficile.
E peró avverto nettissima l’urgenza di definire la situazione e di risolverla: perché se un dolore fisico come quello di questi giorni è in grado di buttarmi giù in questo modo, di smuovere terreni e far diventare il mio percorso ancor più sdrucciolevole, ecco, allora tutto questo deve farmi riflettere. Vuol dire che di fondo c’è qualcosa che non va e io in qualche modo devo risolverla.
Ora peró non saprei come fare nè da dove cominciare, e allora investo le mie energie per cercare di resistere alla dolcezza del piano inclinato.