Le amiche – parte seconda –

Oggi mi è successa una cosa che mi ha fatto emozionare e tanto, tanto commuovere, e che inoltre è stata capace di far sciogliere il grumo di malumore che avevo accomulato in questo periodo.
Sono infatti alcuni giorni che sono parecchio giù di tono, stanca, infastidita da tante cose, poco paziente, irritabile…insomma, un amore di compagnia per chi è costretto ad avermi vicina.
Ma proprio oggi, ho saputo che una mia vecchia amica ha fatto una cosa per me. In silenzio, senza apparire, senza nemmeno farsi accorgere.
Prima però devo dirvi che questa persona durante l’anno la vedo pochissimo, perchè abitiamo troppo lontane, ma siamo amiche da una vita e anche se ci sentiamo poco, il feeling c’è sempre.
A lei della mia malattia avevo detto tardi, un po’ perchè non era capitata l’occasione, un po’ perchè anche lei ha tanti fatti suoi e non volevo intristirla. Ma poi ci siamo viste, a settembre dell’anno scorso, e nonostante io avessi finito la chemio già da parecchi mesi avevo i capelli ancora molto corti (dal mese successivo hanno cominciato a crescere alla velocità della luce, ma allora erano proprio corti).
Be’….proprio oggi ho scoperto che dopo avermi visto, lei li ha tagliati corti come i miei.
E li aveva lunghi, lunghissimi….
E non mi ha detto niente, l’ho scoperto io per caso.
Ecco, io mi sono commossa davvero tanto, per questo gesto di solidarietà, per questa preghiera silenziosa. E a modo mio qui la voglio ringraziare.

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Minuto più, minuto meno

Io di notte, più o meno, ho sempre dormito.
Anche nei momenti più stressanti, anche dopo o in vista di giornate emotivamente e/o fisicamente impegnative e faticose, di solito, la notte ho sempre dormito.
Non valgono a toglier forza a questa consuetudine i lunghi, lunghissimi mesi e anni che ho passato sveglia perchè uno dei figli mi reclamava. No, lasciamo da parte queste interruzioni forzate del mio sonno.
Tutt’al più, faccio fatica a riaddormentarmi. Ma questo è un altro discorso.
Però da qualche notte mi succede una cosa curiosa: ogni notte, allo stesso orario, mi sveglio. Apparentemente senza rumore, senza luci, senza nulla di esterno. La cosa strana è che succede esattamente allo stesso punto della notte: minuto più, minuto meno….

Un angolino rotondo

Oggi sarebbe bello fare gli auguri a tutti i papà del mondo. Proprio a tutti.
Ma soprattutto a quelli che pensano che l’esempio sia meglio della predica.
A quelli che sono convinti che la presenza serva più dei regali.
A quelli che non possono esserci come vorrebbero ma che quando ci sono prendono per mano i propri figli e non li lasciano mai.
A quelli che non sono distratti, che non alzano la voce, che se proprio devono fare un rimprovero prima si abbassano per guardare i bambini negli occhi.
A quelli che li portano al parco, uno per mano e uno sulle spalle.
A quelli che ormai non sono più giovani, ma sono sempre papà, sempre fonte di coraggio, sempre esempio di vita e di comportamento, di onestà e di rispetto.
A quelli che non stanno bene, che hanno gli acciacchi della loro età, eppure sorreggono aiutono e continuano a stare vicino a noi figli.
A quelli che festeggiano oggi per la prima volta, col cuore gonfio perchè quell’esserino li ha rimpiti di una forza inaspettata.
Ma soprattutto a uno in particolare, che in questo momento non può festeggiare, non può aprire regali, non può nemmeno accarezzare sua figlia: perchè lei è chiusa in un’incubatrice, e sta lottando per farcela, e forse questo papà manco se n’è reso conto, che oggi è San Giuseppe.
Ma noi tutti gli regaliamo un angolino della nostra festa, dei nostri auguri, della nostra forza.
Un angolino rotondo, che di spigoli in questa vita ce ne sono già tanti.

Mille di milioni

E poi, semplicemente, ci sono giornate in cui un particolare, una frase qualunque detta da qualcuno vicino a te, sono in grado di trasformarle in giornate no.
Come oggi, per esempio. Teniamo presente che oggi è anche stato il giorno della terapia, occasione durante la quale solitamente il mio umore non brilla e avrei bisogno di rassicurazioni, anche esterne tipo un sole non troppo caldo e un’aria bella fresca. Rassicurazioni, anzichè accenni a quel che è stato, sicuramente inconsapevoli ma perfettamente in grado di farmi precipitare ancora più in basso.
Stavo aiutando la figlia G a cambiarsi, dopo ginnastica. Ad un tratto mi chiede se, quando lei avrà 10 anni, io vado in cielo.
Se mi avesse dato una pedata in faccia, sicuro, sarebbe stato meno doloroso.
Ho dovuto fare uno sforzo non indifferente per non mettermi a piangere, e sì, lo so che le lacrime possono anche aiutare a volte, ma ero in uno spogliatoio pieno di mamme e di bambini, qualche amica e molti estranei, insomma, non era proprio il caso.
Passerà. O forse no. Cosa hanno capito i miei figli di quello che mi è successo? Del rischio che ho corso? Perchè son queste le domande che affollano la mia testa. E magari, semplicemente, una risposta non c’è o comunque non è importante; e domani sarà uno stupendo giorno di inizio primavera, e dopo il primo buonissimo caffè della giornata, dirò a mia figlia che io, di anni, ne voglio vivere mille di milioni, come dice lei.

Ansia?! Magari!

E’ da qualche giorno che vorrei scrivere un post, ma poi una crescente irritazione me lo impedisce.
La realtà è che sono rimasta scioccata dal resoconto di Giorgia, sì sì, avete capito, quello in cui parla dell’atteggiamento di quel medico, Andreoli (www.oltreilcancro.it, post dell’11 marzo).
Scioccata perchè io avrei tanto voluto essere un po’ in preda all’ansia, invece no, sono una dette tante cretine che ha sottovalutato le gocce dal seno prima, e la pallina poi.
Tanto ero giovane, tanto avevo appena avuto una gravidanza, tanto non avevo alcuna familiarità. Tutte stupidate. Io ho sottovalutato i miei sintomi, certo la colpa è stata mia, ma intorno a me tutti non facevano che sminuire.
Scusate, ora l’irritazione si è trasformata in rabbia.
Ma sono sicura che già aver scritto qualcosa servirà a calmarmi. E più tardi vi racconterò la mia storia.

Quattro dolori

Eravamo in quattro, da piccoli. Stessa spiaggia stesso mare, divertimenti da bambini e poi da adolescenti, ora siamo poco più che conoscenti e poco meno che amici.
Eravamo in quattro bambini, due biondi e con gli occhi azzurri, spesso scambiati per fratelli, una morettina con i capelli a caschetto, e uno nero nero ma coi boccoli dorati.
Eravamo in quattro, più o meno coetanei.
Oggi siamo quattro famiglie, quattro destini, ognuno di noi col suo diavoletto sulla spalla.
Ci sono io, con il mio tumore a 36 anni a sconvolgere un’esistenza tutto sommato tranquilla, positiva, equilibrata. Io coi miei problemi di donna senza un pezzo e le mie angosce di madre malata di due bimbi ancora troppo piccoli. Io coi miei momenti cupi e il braccio dolorante.
Poi c’è il U, il più vecchio di tutti, l’amore della sua vita finito e finito male, che ha voluto ritrovarsi subito dopo in una relazione che assomiglia ogni giorno di più ad un incastro mal riuscito, ma cementato da un figlio per fortuna arrivato subito. E lui si accontenterà di questo figlio, per forza, se lo farà bastare, altrimenti lui lo sa lui per primo che rischia di impazzire.
C’è R, la biondina, un matrimonio che sembrava felice ma poi l’immaturità di lui e l’arroganza di lei hanno guastato l’atmosfera, e adesso sono tristi e musoni, non sprizzano più scintille e sorrisi da tutti i pori come una volta, prima dell’arrivo deii gemelli.
E infine c’è A, il più piccolo, una vita di coppia felice, lei molto dolce e lui con gli occhi che ridevano sempre; e noi tutti che preghiamo che questo sia sufficiente a permetter loro di affrontare lo tsunami che sta per abbattersi sulle loro vite: la nascita, tra pochi mesi, di una bambina malata.
Eravamo in quattro, da piccoli. Siamo cresciuti e adesso siamo soltanto quattro storie, tra tutte le storie del mondo, quattro destini, quattro dolori.