Uomo ragno e pastelli

Oggi lavoro a casa. Ho un forte mal di gola e non me la sono sentita di andare in ufficio.
Così ho acceso il pc di casa, inserito la chiavetta col lavoro dell’ufficio, e via, oggi va così.
Fino ad ora sono stata abbastanza concentrata, la casa è silenziosa e piuttosto ordinata, visto che ieri siamo tornati tutti molto tardi e non c’è stato tempo di mettere in disordine.
Poi ho guardato le cose che sono rimaste sul tavolo della sala, quello in cui sto lavorando, e mi si è acceso un sorriso.
Ci sono un pupazzo dell’uomo ragno, idolo ormai consolidato del figlio P, diversi pastelli dalle tinte molto forti e molto poco pastello, strumenti di lavoro della figlia G, e un bavaglino, di quelli grandi, di spugna; forse ormai non dovrei più usarli, perchè i bambini non sono poi così piccoli, ma visto che le sbrodolate sono ancora all’ordine del giorno e io preferisco smacchiare questi pezzi di spugna al posto delle loro magliette coloratissime, per ora va bene così.
Ho deciso, lascio tutto sul tavolo. Saranno i miei compagni di lavoro. E mi ricorderanno di sorridere, ogni tanto.
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Lacrime e trucco

Ovvio, non vorrei passare la giornata con le lacrime agli occhi, anche perchè per fortuna sono convinta che non ci sia da piangere.
Ma loro ci sono, premono da sotto le palpebre, e allora anzichè lasciarle fluire proprio oggi che ho un trucco perfetto (si fa per dire), proviamo a calmarci scrivendo un po’.
Oggi mio marito ha ricevuto una notizia in merito alla sua salute non proprio bellissima, ma per fortuna nemmeno allarmante. Solo che io mi sono allarmata eccome, almeno per un momento, e nello spazio di un secondo ho ri-vissuto dentro la mia pancia (giacchè non era una cosa razionale) tutto quello che ho affrontato dal momento della diagnosi fino ad oggi. Ho sentito un vuoto in testa e per poco non sono svenuta.
Ecco, una delle mie paure più grandi, al momento, è quella di vedere uno dei miei cari vivere da capo il mio percorso. Tremo solo al pensiero.
Poi – dopo quel secondo – ho razionalizzato, ho pensato, ho capito. E poichè sono tutto sommato una persona seria e assennata, mi sono calmata. Però…però posso dire una cosa? Tutto questo calmarsi, razionalizzare, capire, superare, spiegare…be’, sta succedendo un po’ troppo spesso, ultimamente. Troppe persone intorno a me ricevono ogni giorno notizie non belle. E visto che sono appunto persone a me molto care, io giustamente mi prodigo come posso nel cercare di rasserenarle. Salvo poi avere il cuore gonfio e le lacrime agli occhi.
Quando ci si scotta, si ha paura anche dell’acqua fredda. Mia nonna risssumerebbe così le mie odierne sensazioni, e invece di scrivere un post, mi tranquillizzerebbe con l’antica saggezza popolare.

Valigie e pensieri

Quando sono entrata in ospedale per fare la mia terapia, ieri, mi sono resa conto che come al solito lì dentro siamo tantissime persone.
E con occhi ormai allenati, con la coda dell’occhio individuo mio malgrado parrucche, drenaggi, bracci doloranti, rigonfiamenti e vuoti sotto il golfino, berretti troppo pesanti per la stagione.
E si vede da lontano che ognuno ha un bagaglio che è come un marchio: una valigia invisibile e pesante variamente composta, dentro alla quale sicuramente trovano posto sentimenti come dolore, rabbia, sofferenza, sconforto, speranza. Spesso spunta anche un quotidiano o un libro, altre volte le borse sono momentaneamente alleggerite da una pausa al bar dove ti aspetteresti un caffè pessimo (chissà perchè) e invece è buonissimo e il personale allegro e sorridente. E poi i parenti con i sacchi con la spesa, con la biancheria pulita, con una pianta.
Ogni volta che attraverso l’atrio col bar trattengo il fiato, per poi infilare l’ascensore e salire a fare la terapia. Non è una sensazione gradevole.
Ed è stato esattamente lì, a metà strada tra il bar e l’ascensore, che ieri ho visto correre nella mia direzione un bambino.
Era piccolo, più piccolo di mio figlio che già mi sembra piccolissimo, il passo sicuro di chi ormai sa persino correre e non ha più paura di cadere, la felpina aperta e svolazzante,e in testa i capelli soffici e radi tipici del periodo post chemio.
Una coltellata. Il mio viso che si contrae in una smorfia, le lacrime che arrivano, ogni pensiero interrotto. No, no, tutto vorremmo vedere ma non quello. Eppure lo sappiamo benissimo che c’è il reparto di oncologia pediatrica, ci ho portato pure i giochi extra ricevuti dai miei figli a Natale, lo sappiamo eppure ogni volta la rabbia è dirompente e il pensiero solo uno: NO, ti prego, NO!
Lo sappiamo ma ogni volta è un colpo durissimo.
E allora via, di corsa al secondo piano, fai brava brava la tua terapia e poi corri a casa dai bambini.

Il giorno prima

Inutile, tanto lo si già: il giorno prima della terapia sono sempre un miscuglio di stati d’animo e di emozioni. Mi vengono strane voglie alimentari, che nemmeno quando ero incinta ho mai sperimentato.

Devo ammettere che le ultimissime volte sono stata un po’ meno nervosa, ma ancora non vivo l’attesa della terapia come qualcosa di completamente neutro. Per esempio va sempre a pallino la dieta che gli altri giorni, in modo più o meno faticoso, riesco a seguire. Adesso per esempio ho nel frigo dei bellissimi branzini, ma so già che stasera io se va bene mangerò il tonno, se va male da qui all’ora di cena mi riempirò lo stomaco di schifezzine varie e quindi poi non avrò fame.

D’accordo, è solo l’herceptin, che non è assolutamente nulla in confronto alla chemioterapia. Ma comunque non lo vivo bene. E inoltre ho paura del dolore che certe volte si accompagna alla ricerca (che in vivo in modo molto angoscioso) della vena. Dolore vero e proprio, altro che un buco e via. Io che prima donavo il sangue. Prima, nell’altra vita.

L’unica cosa bella del giorno della terapia è che di solito torno a casa prima di quando lavoro, e quindi posso andare a prendere i bambini con calma e godermeli un po’. E loro prontamente mi fanno passare tutto. E poi via, non ci penso per circa tre settimane.

Le amiche

Le amiche che ho chiamato al telefono e che, dopo aver dato loro La Notizia, sono restate zitte un minuto intero prima di rispondere “stai scherzando, vero”.
Le amiche che dal primo momento mi mandano almeno un sms al giorno per sapere come sto.
Le amiche che mi hanno chiamato ad ogni chemio, e che sull’agenda si segnano i controlli prima di me.
Le amiche che mi accompagnano in ospedale, se possono. E se non possono mi chiamano durante le attese perchè hanno memorizzato subito che sono infinite.
Le amiche che mi regalano un massaggio anche se non ho più un pezzo di corpo, anche se non riesco a stare sdraiata sulla pancia, ma che lo stesso mi hanno fatto emozionare.
L’amica che ha appena partorito, e con un sorriso sincero si offre di tenere i miei figli per farmi andare al cinema o ad una cena con calma….e lei ne ha altri due, di bambini a casa, piccoli come i miei.
L’amica che mi chiama una volta al mese, precisa, anche se abita dall’altra parte del mondo. E che sempre mi ha chiamato dopo ogni chemio e dopo ogni visita importante.
L’amica che non l’avresto detto, ma mi viene a trovare e perde il treno per tornare a casa, e ci arriva a mezzanotte. Intanto fa shopping, e mi manda un sms: “Meno male che ho l’ho perso, mi sono comprata degli stivali bellissimi!”.
Le amiche che mi confessano che la mia malattia le ha scosse, che anche la loro percezione della vita è cambiata.
E poi ci sono le amiche che si girano dall’altra parte. Quelle che ti dicono candidamente che loro non ce l’avrebbero fatta, e invece guarda come come sono brava io ad affrontare tutto. Io non sono brava, mi è solo capitata e l’unica cosa che posso fare, è proprio affrontarla. Non è che abbia molte scelte.
 
Le amiche che si ritrovano, quelle che si trovano, e quelle che inevitabilmente si perdono.

Quel giorno

Quel giorno sarebbe rimasto un banale venerdì di inizio autunno, se non fosse arriva La Notizia a renderlo uno di quei giorni di cui mi ricorderò la data per sempre.
Quel giorno l’avevo iniziato scegliendo – per andare al lavoro – un tailleur non propriamente estivo, perchè certo faceva ancora caldo ma insomma eravamo pur sempre alla fine di settembre.
Quel giorno avevo comunque indossato i sandali, forse sintomo di bisogno di evasione.
Quel giorno ero ancora abbronzata, merito di una particolare vacanza tardiva da cui ero appena tornata.
E poi la telefonata, mio marito che viene in ufficio, la sua faccia, i divanetti di ecopelle nera nella zona caffè in cui ci siamo seduti, eravamo lì quando lui mi ha detto: è un tumore.
Sono risalita nel mio ufficio, ho spento il pc, sono andata dal mio capo e gli ho detto: “Io esco, sai quegli esami…sono andati male, ho un tumore”. Ricordo ancora la sua espressione.
E adesso a distanza di circa diciotto mesi, mi sembra strano ricordare così bene certi particolari, dal momento che poi si sono susseguiti giorni ancora più densi. Ma così è.
D’altra parte, la mia seconda vita è iniziata forse proprio quel giorno.

Il cuscino dalla parte dei sogni

Chissà perchè, durante il giorno, in questi giorni, mi vengono in mente tante cose da scrivere qui dentro. Poi quando apro il pc, la maggior parte dei pensieri che avevo svanisce. Mah, forse sarà perchè sono i primi post, sarà l’emozione, la novità, non so. Ma sono convinta che già aver fatto il passo di aprire il blog, per me sia stato qualcosa di positivo. Ho come un secondo nido, un angolino tutto mio, e so che lì potrò rifugiarmi in ogni momento in cui ne sentirò il bisogno.

Ora vado. Mi pare di non aver scritto nulla ma mi sento un pochino più leggera. Miracolo del blog!
Ora vado, dicevo: sul mio letto ci sono i bambini, e mi aspettano per essere condotti nei loro sogni. E’ bellissimo farli addormentare, è forse una delle cose più belle dell’essere mamma. E l’emozione di questi momenti ha raggiunto il picco quando, qualche sera fa, il figlio P si è steso sul suo letto e mi ha detto: “Adesso giriamo il cuscino dalla parte dei sogni”.